Archivio Storico-Tecnico

22 settembre 1951, l’S.7 di Bonzi al Daily Express Air Race

By Posted in - Archivio storico-tecnico & Articoli e Testimonianze & Gare e Primati on January 12th, 2013 0 Comments

Corriere della Sera, settembre 1951

«Ho avuto paura…»

L’S.7 I-BOZI di Leonardo Bonzi a Shoreham per il Daily Express Challenge Trophy Air Race

L

a stufa elettrica è accesa e dalla finestra ben chiusa guardo il mare color d’acciaio. La spiaggia brulica di bagnanti dalla pelle rossa e sottile, hanno tutti un aspetto delicato e trasparente, ma loro non prendono il sole, nuotano sull’onda lunga e spumosa e per asciugarsi corrono nel vento.

Uno dei difetti del viaggiare in aereo è che non si fa a tempo ad acclimatarsi un pochino e quando si scende a terra non si comprende bene se nelle ossa è rimasto il freddo o il caldo, la brezza o l’afa.

Lasciata Milano, ove in un’atmosfera ancora estiva i meccanici hanno dato gli ultimi tocchi alla fusoliera e al motore, ho valicato le Alpi fra il Rosa e il Cervino; ho fatto rifornimento a Digione ove l’aria era tremula per la calura. Nel decollo la lunga pista d’asfalto sfociava in una bolgia strana, sembrava dovessi finire in un placido lago ove gli alberi si staccavano per rimanere alti e sospesi.

Nell’attraversare la Manica tutto si è velato, la terra è diventata pallida e verde e il cielo senza tinte.

Ora vorrei, come si usa ancora da noi in questa stagione, scaldarmi al sole, ma pare che qui abbiano nazionalizzato anche questo e a furia di distribuirlo equamente nelle officine e nelle città affumicate non ne è rimasto neppure sulla costa e allora non c’è Più gusto d ‘andare in villeggiatura. Così mi sono messo a studiare minuziosamente gli avversari e il percorso della gara.

Shoreham 1951, L'S.7 I-BOZI con Leonardo Bonzi ai comandi

L’S.7 I-BOZI con Leonardo Bonzi ai comandi

(…) Gli aerei sono allineati sull’aeroporto di Shoreham. Ve ne sono di piccolissimi che sembrano giocattoli multicolori (probabilmente fra qualche anno i ragazzini li useranno per andare a scuola), e poi via via se ne trovano di Più grandi, dalle forme strane; bimotori con due o tre code e poi apparecchi da addestramento e da caccia.

(…) Oltre agli Inglesi partecipano i Belgi, gli Svizzeri, i Francesi, gli Svedesi e i Norvegesi. L’unico apparecchio italiano è il mio “Ambrosini S.7” monoposto da corsa dalla sagoma affusolata e pulita, carrello retrattile, elica a passo variabile in volo, motore da 215 cavalli; con le ali Piccole e sottili sembra veramente un oggetto creato per essere lanciato nell’aria.

Ci si sta giusti giusti attorniati da una sessantina di strumenti, lancette, bottoni, interruttori e lampadine colorate da tenere continuamente d’occhio.

(…) Alle 14,30 cominciano le partenze con precedenza ai Più lenti poiché il tempo è stato calcolato in modo che tutti dovrebbero arrivare sull’ultimo tratto assieme, concentrarsi alla fine e chi per primo riesce a tagliare il traguardo ha vinto. Io ho il numero 98 e assisto al via di cinquantasette aerei (quattro si sono presentati in ritardo per noie al motore e due si sono investiti in rullaggio).

(…) Esamino con attenzione le manovre dei decolli e le prime virate onde farmi un concetto esatto sul modo di portare l’apparecchio e sei colleghi da cui stare alla larga.

L’elica sta girando lentamente contratta da brevi spuntate per tenere pulite le candele, il motore è caldo.

Shoreham 1951, Bonzi osserva lo specialista al lavoro sul suo S.7

Bonzi osserva lo specialista al lavoro sul suo S.7

Il solito cronometro, la solita bandiera che si abbassa, rullo, strappo, sono per aria. Di solito la manetta che Più viene variata è quella del gas. Ora invece l’ho spinta tutta in avanti, al massimo e non devo più toccarla; il consumo raddoppi pure, l’olio salga a oltre 100 gradi, la pressione di eliminazione vada dove vuole, il motore si “imballi” ma la manetta non si tocca, deve rimanere a fondo corsa inchiodata al cruscotto.

(…) Bisogna correre in un canale obbligatorio largo quattrocento metri delimitato dalla costa e da alte boe e così la gente, spaparanzata sulla sabbia, vede bene e se la gode.

Circa due milioni di persone hanno assistito alla gara. Da Folkestone a Eastbourne una parete di roccia, alta ottanta metri, strapiomba nel mare formando una diritta naturale tribuna. Vedo sventolare sul campo un lungo nastro di fazzoletti e cappelli e distinguo migliaia di visi attoniti che guardano dall’alto questo rincorrersi di aeroplani; io ho quasi l’impressione di volare rovesciato.

Entro come un bolide nel circuito finale, agguanto dieci apparecchi, osservo che un paio allargano assai e si mettono fuori percorso, poi un altro è cappottato in mare con delle barche attorno e un motoscafo che gli corre incontro: vedo Più avanti dei minuscoli punti appiccicati sull’acqua; tutti volano il Più basso possibile. Poi i puntini si ingrandiscono, prendono forma e consistenza e in una frecciata li ingoio. Basta una leggera deviazione di rotta o uno sbandamento nelle virate dell’apparecchio precedente per dargli una musata nel ventre o mangiargli un pezzo di coda e andare entrambi a finire chissà dove.

In certe circostanze vi è così poca differenza tra prudenza e paura, tra temerarietà e coraggio, che non si sa bene dove l’una cominci e l’altro finisca. Nello spazio di 1′ 40″ ventinove concorrenti hanno passato il traguardo largo quattrocento metri. Io da dietro cerco attentamente uno spiraglio in cui potermi ficcare.

È una baraonda in una densa foschia, l’aria è sconvolta dal turbinio delle tante eliche e dal risucchio degli aerei che viaggiano alla medesima quota. Cammino sui trecento chilometri l’ora sfiorando le onde.

A meno di duecento metri in prua ho più di venti concorrenti; se cabro perdo lo slancio e non li sorpasso, al di sotto non ci sto. Vi è un buco sulla destra e forse mi ci posso buttare, poi un’ala si avvicina all’altra, dovrei riportarmi a sinistra con una brusca manovra. Con un colpo secco chiudo la manetta del gas, ho avuto paura.

Leonardo Bonzi